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Lettera di un operaio dell'Alfa di Pomigliano

Lettera di un operaio dell'Alfa di Pomigliano
Alfa Pomigliano – cronaca dall’interno della fabbrica di una giornata che farà storia

E’ martedì 22 giugno e comunque vada sarà una giornata da non dimenticare per noi operai dell’Alfa di Pomigliano e, credo, per tutti gli operai italiani. La pressione che abbiamo subìto finora è stata pesantissima.

Da quasi due anni siamo in cassa integrazione, lavorando massimo tre giorni al mese ed ora ci vengono a dire che solo se accettiamo di lavorare giorno e notte, di sabato e, se necessario, anche di domenica, la fabbrica ripartirà. Ma non basta, la Fiat vuole avere la possibilità di non pagarci le malattie e di licenziarci se scioperiamo. Se avesse fatto le stesse richieste due anni fa, prima della crisi, Marchionne sarebbe stato subito costretto ad ingoiarsele, ma adesso è un’altra musica. Non tanto perché Fim, Uilm, Fismic e Ugl hanno detto subito sì alla Fiat, non è la prima volta che lo fanno, quanto perché non hanno dovuto subire nessuna reazione da parte di noi operai, nessuna critica neanche al loro interno. Nessun delegato RSU dello stabilimento appartenente a queste sigle ha attaccato l’accordo. Persino Gerardo Giannone, RSU della Fim, segretario di Comunisti Sinistra Popolare in Fiat e, prima ancora, segretario del PdCI in fabbrica, ha invitato pubblicamente su “Il Giornale” di Berlusconi a votare SI e, invece di attaccare il suo sindacato, se le è presa con la Fiom, che non ha firmato.
La scorsa settimana ho lavorato i soliti tre giorni con capi e gestori operativi mobilitati per convincerci a votare SI. L’ultimo giorno di lavoro si è raggiunto il colmo. A fine turno passa il capo Ute e dà a tutti noi un DVD, che dobbiamo guardare a casa. Si tratta di un messaggio di Garofalo, il direttore dello stabilimento, che già in questi giorni ci ha inviato a casa altre due lettere per convincerci ad accettare le condizioni di Marchionne. Nelle lettere ci chiama “cari colleghi” ed ora in fabbrica tutti per indicarlo lo chiamano “il collega”. Esco dalla fabbrica e spezzo e getto via il DVD senza neanche guardarlo. In serata mi telefonano altri operai che oggi non erano stati richiamati al lavoro per dirmi che o il loro capo o il loro gestore operativo avevano bussato alla porta di casa per consegnare il DVD.
Mi arriva voce anche di telefonate dirette dei capi a singoli operai in cui si è loro intimato di votare SI.
La manifestazione dei capi di sabato fallisce, ma noi operai siamo sempre immobili.
Solo una decina di operai, legati ai Cobas, ha protestato con uno striscione contro il corteo. Il gruppo della Fiom, di cui faccio parte e che è di gran lunga il più consistente, non si è mosso.
Ora finalmente si fa il referendum.
Alle 5.30 del mattino il piazzale di fronte al cancello d’ingresso è pieno di persone che volantinano o parlano al megafono. Faccio una scorta dei volantini distribuiti ed entro in fabbrica. Che cosa strana, tutta la fabbrica è silenziosa! La lastroferratura, il mio reparto, è fermo, così come tutti gli altri dello stabilimento. Capo Ute e gestori operativi non ci fanno raggiungere le nostre usuali postazioni. Si fanno seguire un po’ più avanti, dove vediamo ci sono, disposte in maniera ordinata, una quarantina di sedie ed uno schermo. Siamo seduti insieme, il personale di due Ute e della logistica. Non ci crederete, ma l’azienda, invece di farci lavorare, ci fa guardare il DVD che avevamo già avuto. Il “collega” Garofalo si fa intervistare da alcuni capi sull’intesa e ci fa sapere che in essa non ci sarebbe nessun attacco al diritto di sciopero e alla malattia retribuita. I due capi Ute e i due gestori operativi che erano presenti durante la proiezione del DVD ci invitano a parlare e ad esprimere le nostre opinioni. Io decido di stare zitto, per evitare ritorsioni, ma un altro operaio aderente alla Fiom non riesce a non parlare.
L’intervento è micidiale. “Voi dite che con l’accordo non si attacca il diritto a scioperare in occasione dei contratti, ma ammettiamo che si vada allo scontro sul contratto e il sindacato come prima misura attui il blocco degli straordinari. Ciò vuol dire che noi ci rifiuteremo di fare gli straordinari obbligatori previsti dall’accordo. In quel caso, secondo lo stesso accordo, l’azienda potrà punirmi fino al licenziamento. Vorrei avere spiegazioni al riguardo”. I capi balbettano e non riescono a rispondere. Inizia così un fuoco di fila di domande da parte nostra, senza che i quadri aziendali riescano a convincerci della giustezza delle loro posizioni, anzi. Alle 10.00 andiamo a votare e, a sorpresa, scopriamo che fuori dal seggio è piazzato lo stesso “collega” Garofalo, con tutto il suo staff, che cerca ancora di assicurarsi quanti più SI possibili.
Alle 10.30 pausa mensa e, dopo, si comincia finalmente a lavorare, con i capi che si sono tolti gli abiti accattivanti degli “amici” e tornano ad essere le carogna di sempre.
Solo a notte fonda sappiamo i risultati che questa martellante campagna aziendale, fatta in combutta con i sindacati servi del padrone, ha raggiunto. Fra gli operai quasi il 50% ha detto NO.
Attendiamo una lettera di scuse dal “collega”.

Un operaio Fiom del G. Vico di Pomigliano

Fonte: operaicontro

 
 
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